Adotta una storia

16 August, 2006

Una scopata.
Per dimenticare.
Per alleviare il dolore.
Per sopportare meglio la sua assenza.
Le sue uscite con un altro.
Le sue scopate con lui.
Alla fine non serve a nulla, lo sai. Serve solo a svuotarti palle e cuore in un momentaneo stato di benessere.

Pensi che la vita deve essere così. La vita che raccontano gli scrittori che leggi spesso. Sei sicuro che lì sia il segreto della felicità: scopare, fumare, bere e godersi il silenzio della notte prima di ferragosto in compagnia di una donna. E invece non è così. O meglio, non è solo quello. Lo sai, no?

Lo sai quanto bene ti ha fatto vederla stasera, lontana cinquanta fottuti metri da te, mentre parlava al telefono. Il suo hobby, la sua passione. E lo sai quanto bene ti ha fatto scorgerla mentre spiava i tuoi movimenti, le tue buffonate e i tuoi gesti da allegrone che non sei.

Ora sei solo, al cospetto della luna e di un monitor che pare sempre sorriderti. Ti vengono in mente i soliti pensieri. Non sai quale sia la verità e cerchi di ipotizzare gli scenari più impensabili. Hai le sigarette a portata di mano. Accendine una, dai. No, non ti va. E così scrivi. Bravo.

Lei è lontana col cuore e col fisico. Però che bel culo che ha!

Perchè non possiamo riavvicinarci? Te lo chiedi, lo so. E sai anche darti una risposta da solo. L’orgoglio, la dignità e soprattutto la sua nuova relazione. Che senso avrebbe riavvicinarsi dopo essere sparita dalla sera alla mattina? Che senso avrebbe darle una chance quando è stata lei a giocarsi tutto? Nessun senso. Oppure tutti i sensi di questo mondo. No, amico, non mollare. Ce la puoi fare. Continua a fare quello che ti chiede il cuore: amarla a distanza. 

Che non è proprio come adottare a distanza un bambino ma siamo lì. Tu ti occupi di questo pupo di chissà quale buco di culo terrestre. Gli invii i soldi, chiedi informazioni sul suo stato di salute e sul suo stato civile ("Sa, le famiglie si allargano" ti dicono quelli delle associazioni umanitarie delle ONP varie). Intanto lui grazie a te fa la sua vita, vive le sue gioie e i suoi sbagli. I suoi amori vanno avanti senza di te. Mette sù famiglia e tu intanto, dall’altra parte del mondo, ti senti buono. Già, complimenti. Sei stato bravo. Un buon padre. Solo che…cosa cazzo hai vissuto? Hai visto crescere questo bambino? Lo hai consigliato sulle scelte da fare? Non hai fatto un cazzo, compare mio. Hai solo inviato soldi, ricevuto lettere e foto del pupo che intanto cresceva fino a farsi uomo.

E così è adesso. La vedi crescere, forse sbagliare e forse gioire. Ma non è la tua mano che accarezza la sua testa nei momenti peggiori.

Ha un senso tutto questo? E che cazzo ne so!

3 sigarette, una dietro l’altra…

13 August, 2006

…bagnate con una Crest in lattina che fa cacare anche il più stitico degli elefanti del circo di Moira Orfei.

Io non lo so, a volte ci provo gusto a farmi del male.
Io, Mariella e Toni sulla Ionica. Lui che guida, lei che pensa (o dorme, boh?!) e io che canto. Ma cosa cazzo c’ho da cantare? Parto prima con Eros Ramazzotti - L’aurora di cui, per la cronaca, non so nemmeno tutto il testo e mentre la luna appare timida fra le nuvole sparse a mo’ di pecorelle smarrite nel cielo nero nero nero.. - e già qui dovrei fermarmi, mettere le palle in un tritacarne e fustigarmi con un vinile dei Clash, che peraltro (non è una marca di succhi di frutta) non ho.

Non pago, decido di seviziarmi con una all’epoca appagante Sister Of Night ( by Depeche Mode). Smetto subito dopo la prima strofa, quando inizio a sentire gli occhi un pochetto umidi e quando soprattutto Toni cerca/fa finta di accompagnarmi in falsetto. 

Ho deciso: onore al carovecchiodisarmante rock.
AC/DC, giungete a me.
Angus mi fai una pippa.
Highway To Hell rimbomba nella Punto. Ma questa è solo la fottuta SS 106, mica la Route 66.

Adesso tocca al Cuba Libre darmi un bel calcio piazzato tra le chiappe e farmi stare zitto. E devo dire che ci riesce, ma solo quando siamo sotto Montescaglioso. I miei occhi, prima umidi, adesso sono mezzi aperti. Il sonno mi divora. I pensieri? Hanno già cenato.

Arrivo a casa, scorgo un po’ di macchine sulla statale. Vorrei dire a mia madre che mi faccio schifo. Devo sfogarmi pur con qualcuno, oh.
Ma no, la lascio dormire.
Dopotutto, sono solo cazzi miei.

Era Berlino

Un bar nella notte di Berlino, con stelle che sembrano incastonate in un foglio nero. Musica industrial sprigionatasi dai sottofondi di un club nei pressi di Potsdamer Platz. Mi sentivo quasi ammaliato da tutto questo ammasso di vetri e cupole futuristiche: "Jack, rifletto la mia vita su di un palazzo, lo sai?" gridavo concitato alla cornetta. "Si, Varg, immagino! Spero che non fracassi nuovamente le scatole ai tuoi ricordi, come quando a Vienna tentasti di acciuffare il passato nei riflessi delle finestre dell’Hofburg" rispose Jack, ironizzando sul senso di fantasia che riuscivo a trasmettergli dal telefono.

E’ come quando un flash immortala un istante di te e lo imprigiona in una pellicola.
Quella luna fatiscente su quelle finestre lucidate come diamanti creavano lo stesso effetto di mille macchine fotografiche puntate sullo stesso obiettivo ed in quel caso ero io ad essere l’oggetto della loro disputa. Una finestra-televisore che mandava in onda ciò che ero stato fino all’incontro con quella città straniera, che tanto aveva saputo offrirmi in sole due notti. Inspiravo soddisfatto lo smog teutonico mentre gustavo il mio ultimo drink sul Sony Center. L’indomani sarei rientrato in Italia, colmo di nostalgie. Quello che ero riuscito a trovare nella Berlino notturna mi era sempre sfuggito a casa mia e penso a quanto gradevole sia stato riscoprire la mia vita proprio su quel vetro, in una città da me mai visitata prima.

"Varg, svegliati..sono le 9:00..guarda che cazzo di casino c’è già sulla strada..farai ritardo, cristo !". Mi ritrovai col culo piantato nel materasso della mia casa romana, con mia sorella che mi puntava proprio in testa il ventilatore. Nessun fottuto biglietto aereo nelle mie tasche ma il vetro di quella improbabile finestra era lì, ad indicarmi la via.