Acid

17 August, 2006

Sono come un tossico a cui manca la dose quotidiana di roba.
La cerco sotto le pietre, nelle viuzze nascoste del centro, in culo alla periferia.
Ve la pago. Portatemela. Oppure vengo a prendermela io, per favore. Datemi questa beneamata dose di lei.
Ma non la trovo, cristo.
Sono in astinenza e giustifico la mia acidità con questa mancanza.
Sono un tossico, stasera. Levatevi dalle palle e lasciatemi scoppiare in questa ennesima crisi. 

3 sigarette, una dietro l’altra…

13 August, 2006

…bagnate con una Crest in lattina che fa cacare anche il più stitico degli elefanti del circo di Moira Orfei.

Io non lo so, a volte ci provo gusto a farmi del male.
Io, Mariella e Toni sulla Ionica. Lui che guida, lei che pensa (o dorme, boh?!) e io che canto. Ma cosa cazzo c’ho da cantare? Parto prima con Eros Ramazzotti - L’aurora di cui, per la cronaca, non so nemmeno tutto il testo e mentre la luna appare timida fra le nuvole sparse a mo’ di pecorelle smarrite nel cielo nero nero nero.. - e già qui dovrei fermarmi, mettere le palle in un tritacarne e fustigarmi con un vinile dei Clash, che peraltro (non è una marca di succhi di frutta) non ho.

Non pago, decido di seviziarmi con una all’epoca appagante Sister Of Night ( by Depeche Mode). Smetto subito dopo la prima strofa, quando inizio a sentire gli occhi un pochetto umidi e quando soprattutto Toni cerca/fa finta di accompagnarmi in falsetto. 

Ho deciso: onore al carovecchiodisarmante rock.
AC/DC, giungete a me.
Angus mi fai una pippa.
Highway To Hell rimbomba nella Punto. Ma questa è solo la fottuta SS 106, mica la Route 66.

Adesso tocca al Cuba Libre darmi un bel calcio piazzato tra le chiappe e farmi stare zitto. E devo dire che ci riesce, ma solo quando siamo sotto Montescaglioso. I miei occhi, prima umidi, adesso sono mezzi aperti. Il sonno mi divora. I pensieri? Hanno già cenato.

Arrivo a casa, scorgo un po’ di macchine sulla statale. Vorrei dire a mia madre che mi faccio schifo. Devo sfogarmi pur con qualcuno, oh.
Ma no, la lascio dormire.
Dopotutto, sono solo cazzi miei.

Era Berlino

Un bar nella notte di Berlino, con stelle che sembrano incastonate in un foglio nero. Musica industrial sprigionatasi dai sottofondi di un club nei pressi di Potsdamer Platz. Mi sentivo quasi ammaliato da tutto questo ammasso di vetri e cupole futuristiche: "Jack, rifletto la mia vita su di un palazzo, lo sai?" gridavo concitato alla cornetta. "Si, Varg, immagino! Spero che non fracassi nuovamente le scatole ai tuoi ricordi, come quando a Vienna tentasti di acciuffare il passato nei riflessi delle finestre dell’Hofburg" rispose Jack, ironizzando sul senso di fantasia che riuscivo a trasmettergli dal telefono.

E’ come quando un flash immortala un istante di te e lo imprigiona in una pellicola.
Quella luna fatiscente su quelle finestre lucidate come diamanti creavano lo stesso effetto di mille macchine fotografiche puntate sullo stesso obiettivo ed in quel caso ero io ad essere l’oggetto della loro disputa. Una finestra-televisore che mandava in onda ciò che ero stato fino all’incontro con quella città straniera, che tanto aveva saputo offrirmi in sole due notti. Inspiravo soddisfatto lo smog teutonico mentre gustavo il mio ultimo drink sul Sony Center. L’indomani sarei rientrato in Italia, colmo di nostalgie. Quello che ero riuscito a trovare nella Berlino notturna mi era sempre sfuggito a casa mia e penso a quanto gradevole sia stato riscoprire la mia vita proprio su quel vetro, in una città da me mai visitata prima.

"Varg, svegliati..sono le 9:00..guarda che cazzo di casino c’è già sulla strada..farai ritardo, cristo !". Mi ritrovai col culo piantato nel materasso della mia casa romana, con mia sorella che mi puntava proprio in testa il ventilatore. Nessun fottuto biglietto aereo nelle mie tasche ma il vetro di quella improbabile finestra era lì, ad indicarmi la via.

A blink of an eye

9 August, 2006

La spiaggia che ti invita a rilassarti sotto il cielo ricoperto da frammenti di nuvole che lasciano spazio a stelle e luna. Quattro amici che si raccontano disavventure sentimentali. Una sigaretta fumata senza pensarci su e un pedalò che fa da salotto a questi scalmanati.
Che credono ancora alle favole.
Che quando arrivano alla fine del libro si rendono conto di aver vissuto la realtà.
Le fiabe lasciamole ai bambini. La nostra coerenza, la nostra lealtà e la voglia di essere parte fondamentale di qualcosa e di qualcuno: queste sono le vere storie da raccontare. 

Però intanto soffri e pensare a quello che è finito ti fa male. Brucia dentro e non puoi far altro che spegnere il dolore con le lacrime. Ammesso che tu riesca a piangere.
Vorresti gridare parole che altrimenti non avresti mai detto. Darle della puttana perchè non sei più tu quello che si intromette fra le sue cosce o indicarla come traditrice di un qualcosa che avevate deciso  (o lo avevi deciso solo tu?) di costruire insieme.

No, caro amico. Non è così che deve andare. Ti ha fatto del male e lo so. Un giorno capirà, quando il fondo del bicchiere sarà vuoto anche per lei e non avrà più bottiglie da cui attingere la vita.
Lasciala andare e guarda l’aspetto ironico della faccenda: l’amore è eterno finchè dura, no?

Non sperare che lei torni da te e nemmeno che si renda conto del modo barbaro in cui ti ha messo da parte, dalla sera alla mattina. Spera solo di rimpiazzare il dolore con nuove emozioni. E’ l’unica arma a tua disposizione, amico mio.

Noi intanto siamo seduti sul pedalò, tutti vicini a te. Tutti noi, insieme, a ricordarti quanto sia superiore l’amicizia al cospetto dell’amore. 

E scusa se questa sera non ci siamo ubriacati tutti insieme o non abbiamo fatto l’alba sulla spiaggia. Scusaci, davvero. E’ che quel cielo e quelle stelle, quei sorrisi e quei ricordi, quei due occhi verdi e quelle sere nei Sassi meritavano un po’ di lucidità…

 

Auditorium Plaza

7 August, 2006

Ho rischiato di incontrarti, stasera. Sono entrato nell’auditorium e quei ragazzi che suonavano Satisfaction mi hanno fatto dimenticare un attimo della probabilità di vederti lì, seduta in mezzo a quella gente. Il cuore ha cessato di palpitare nervosamente per qualche minuto. Grazie Rolling Stones!

Sai di cosa mi sono accorto? Di non essere ancora pronto alla scena di te che ti accompagni a un altro. Non mi va di sopportarlo. Preferisco immaginarti che esci con lui, vai chissà dove e fai chissà cosa. Sono certo che è così. Non ho dubbi. Ti conosco: non sai stare sola. Sei troppo fragile per esserlo. Ma non voglio vederlo.
E’ strana la paura che ci cattura quando siamo amanti di qualcosa che non c’è, alla fine dei conti. Inutile girarci attorno. Tu non ci sei. Sono solo io, il pezzo immortalato di quella fotografia che eravamo noi due. Sono rimasto io a cantare quel ritornello che componeva la nostra canzone. Mi dispiace, ma so che di più non avrei potuto fare. Amo i sentimenti che ho provato e che provo per te e ne ho le palle piene. Voglio tornare a sorridere degli squilli e dei messaggi di una donna. Voglio sentire questo cazzo di cuore palpitare come la gioia di un bambino in un negozio di giocattoli. Vorrei rivivere quei giorni di marzo in cui eravamo incoscienti di quello che stavamo vivendo. Ma nella lucidità di quei secondi in cui uno inizia a vedere tutto chiaro, capisco che non tornerai. Stai vivendo la tua vita e forse è giusto che sia così. Quante volte l’ho sperato, in fin dei conti? Quante volte ho desiderato che facessi le tue esperienze per capire quanto ti abbia dato la mia presenza nella tua vita? C’era un prezzo da pagare e lo sapevo benissimo. Sto quasi rimanendo al verde pur di saperti serena. Le tue lacrime invernali mi hanno fatto riflettere. Non è detto che sarei stato il meglio per te. Da nessuna parte è scritto che una mia storia debba durare per sempre.

Ce ne accorgiamo quando capita agli altri, ma quando capita a noi facciamo finta che non sia successo nulla e che le cose si sistemeranno. Invece sono passati sei mesi di silenzio e niente, tra me e te, è cambiato. Continuo a scriverne, per ora. E’ l’unica cosa che mi è permesso di fare. E’ l’unico prezzo che la mia dignità è disposta a pagare.

Non è guerra..almeno per me

6 August, 2006


Sentimenti Coerenti

5 August, 2006

Apprezzami: non ho gettato merda sulla tua immagine.
Sono anticonformista in questa città di rosiconi. Non puoi avere qualcosa e così ne parli male, peggio di quanto non avresti creduto. E invece no!
Sono coerente e voglio gridarlo su questo pezzo di carta virtuale.
Sono fedele ai miei sentimenti e voglio che tu..che voi lo sappiate.
Non una parola fuori posto, da parte mia.
Non un segno di squilibrio emozionale.

Niente parole o giudizi che pregiudicano l’idea che ho di te.

Forse ti idealizzo troppo; forse ti attribuisco difetti che hai mostrato solo con me. E magari, adesso, con un’altra persona, sei migliore. Ma sta’ tranquilla: non ti giudicherò per i tuoi errori. Do pieni poteri al tempo per stabilire le ragioni del cuore, ammesso che il cuore abbia una razionalità.

Ho scritto diverse poesie che parlano di L, nella cattiva sorte di una separazione dovuta, penso quasi forzata.
Le ho donato ciò che di più prezioso una persona innamorata possa donare alla propria amata: la libertà
Fanne buon uso. Io intanto imprigiono pensieri e parole che hanno il tuo sapore. Agrodolce. Come le tue labbra. Come la tua assenza.
E sono quasi certo che se leggessi queste pagine avresti da ridire. Mi chiederesti di lasciarti in pace, senza sapere che è quello che ho fatto da tempo.

Da quand’è che non squilla il tuo telefono?
E dimmi: da quand’è che il tuo cuore non risponde ai miei richiami?

Sono sei mesi, sei lunghi mesi di silenzio. Adesso ho bisogno di una catarsi e perdonami se magari avresti voluto una lettera in cui avrei riassunto questo periodo senza più te dentro me, ma ho una dignità da saziare e la coerenza da mantenere.
Portami un po’ di fortuna con le parole, almeno!

 

The begin

3 August, 2006

La mia vita è una merda.
Baaaang.
Tutto finisce.
Ogni dolore scompare, ogni emozione tace e tutti i ricordi diventano parole e fotografie gettate su di un comodino ad accumulare polvere.
Troppo facile.
A volte scontato.
A volte fin troppo tragico.
Non è con un colpo di pistola che si uccidono i sentimenti. Quelli vagano, sai? Vagano per questa città silenziosa in una notte di agosto. E mentre tu dormi io inizio a scrivere.
Una notte ho iniziato a scrivere di te col pensiero. Li sentivo, i tasti dico, premersi a vicenda e restare un attimo sommersi, pigiati e maltrattati dalle mie dita. Ascoltavo, con distrazione, le cicale e i grilli che fuori il balcone mi invitavano ad andare a letto e posizionare su off il cervello. Ma solo adesso riporto ciò che sei su questa carta virtuale, che di anima ne ha tanta.