Gusto di poesia, odore di dolore

7 August, 2006

Mi viene da riflettere. Sarà la luna piena che svetta in questo cielo d’agosto tinto dalla notte e dalle nuvole. Sarà la frescura che si abbatte, finalmente, sulla mia pelle. Fatto sta che penso al dolore e alla poesia.
Un binomio indissolubile, lo credo bene. Non ricordo chi fu a dire che la poesia nasce dal dolore. Un rapporto a tratti incestuoso, a volte torbido ma spesso e volentieri vissuto alla luce del sole.

La promiscuità della poesia e del dolore è un male necessario per chi vive di scrittura e si agita fra i taccuini sporchi di inchiostro e note scritte anche mentre si sta seduti sulla tazza del cesso. D’altronde, cosa ci spinge a scrivere un romanzo o delle poesie? Non venitemi a dire la felicità che non vi credo: quando si vivono momenti di gioia preferisci correre con l’auto per le strade della città e goderti il tramonto più schifoso del secolo. Quando trascorri momenti gioiosi con la persona che ti rende folle e assente, tutto faresti fuorchè chiuderti nella tua stanza a scrivere di lei, della sua bellezza e delle sue attenzioni. Magari le mandi un sms per dirgielo…

Senza dolore non ci sarebbero poesie e romanzi. Potremmo mai fare a meno del dolore? Potremmo mai pensare di creare dal nulla candido di una pagina un’opera scritta con la dedizione di chi ha qualcosa da cacciare fuori? Penso di no. Ammiro chi riesce a sputare fuori il proprio stato di grazia creativo attraverso una ferita che ritarda la guarigione. E’ quello che sto facendo anche io, in fin dei conti.

Non riesco a pensare la mia vita senza dolore e nemmeno piena di felicità. E’ soffrendo, ho sempre pensato, che si impara ad affrontare la vita e capirla fino in fondo.
E’ soffrendo, ho imparato, che si inizia a dare in pasto al mondo i pensieri e le parole del passato di un amore o di un qualcosa che, indistintamente, è andata via. 

Auditorium Plaza

Ho rischiato di incontrarti, stasera. Sono entrato nell’auditorium e quei ragazzi che suonavano Satisfaction mi hanno fatto dimenticare un attimo della probabilità di vederti lì, seduta in mezzo a quella gente. Il cuore ha cessato di palpitare nervosamente per qualche minuto. Grazie Rolling Stones!

Sai di cosa mi sono accorto? Di non essere ancora pronto alla scena di te che ti accompagni a un altro. Non mi va di sopportarlo. Preferisco immaginarti che esci con lui, vai chissà dove e fai chissà cosa. Sono certo che è così. Non ho dubbi. Ti conosco: non sai stare sola. Sei troppo fragile per esserlo. Ma non voglio vederlo.
E’ strana la paura che ci cattura quando siamo amanti di qualcosa che non c’è, alla fine dei conti. Inutile girarci attorno. Tu non ci sei. Sono solo io, il pezzo immortalato di quella fotografia che eravamo noi due. Sono rimasto io a cantare quel ritornello che componeva la nostra canzone. Mi dispiace, ma so che di più non avrei potuto fare. Amo i sentimenti che ho provato e che provo per te e ne ho le palle piene. Voglio tornare a sorridere degli squilli e dei messaggi di una donna. Voglio sentire questo cazzo di cuore palpitare come la gioia di un bambino in un negozio di giocattoli. Vorrei rivivere quei giorni di marzo in cui eravamo incoscienti di quello che stavamo vivendo. Ma nella lucidità di quei secondi in cui uno inizia a vedere tutto chiaro, capisco che non tornerai. Stai vivendo la tua vita e forse è giusto che sia così. Quante volte l’ho sperato, in fin dei conti? Quante volte ho desiderato che facessi le tue esperienze per capire quanto ti abbia dato la mia presenza nella tua vita? C’era un prezzo da pagare e lo sapevo benissimo. Sto quasi rimanendo al verde pur di saperti serena. Le tue lacrime invernali mi hanno fatto riflettere. Non è detto che sarei stato il meglio per te. Da nessuna parte è scritto che una mia storia debba durare per sempre.

Ce ne accorgiamo quando capita agli altri, ma quando capita a noi facciamo finta che non sia successo nulla e che le cose si sistemeranno. Invece sono passati sei mesi di silenzio e niente, tra me e te, è cambiato. Continuo a scriverne, per ora. E’ l’unica cosa che mi è permesso di fare. E’ l’unico prezzo che la mia dignità è disposta a pagare.