Mi trasferisco!!
20 August, 2006Prendete nota. Da oggi sono ufficialmente qui:
http://www.luachanblog.com/writing/wp/
In pratica, il mio writing side sarà parte integrante di luachanblog.com. Avevo bisogno di maggiori tools di amministrazione
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Non mi sento piacente, stanotte.
Veramente è da un bel po’ che non mi sento attraente. Lo sono, forse? Non lo so, ragazzi. Non mi fate
sprecare parole per queste pippe mentali after midnight.
So solo che mi sento una merda e la camicia nuova indossata poche ore fa non ha aiutato il mio ego a sentirsi migliore.
Anzi, mi ha solo fatto sentire e a tratti soffrire il caldo afoso che invade il cielo sopra Matera. E si, perchè la camicia è una elle e si attacca alla pelle. Ho fatto anche la rima. Che poeta!
Il piatto piange e non so a chi chiedere credito. Ho visto una ragazza in una Panda blu e me ne sono infatuato. Domani chiedo il numero del suo cellulare a un tipo che conosco e che la conosce. Cazzo, me lo deve dare per forza: gli ho regalato un paio di Umbro misura 44, un mese fa. Ecco un mio debitore che puo’ mettere in pari i conti.
Bingo!
Eppure continuo a non piacermi e mi chiedo se siano i lineamenti greci del mio naso a farmi schifo, la mia testa mezza rasata o la mascella alla Ridge Forrester.
Mi sento sconfitto, in questa città. Non porto abiti firmati. E allora? Vaffanculo, è un reato?
Sento che non vorrei sentirmi così. Sento che tutti tornano da tutti tranne lei da me. Sento che…non sento più niente.
Sento solo questo fottutissimo allarme che non so da dove cazzo provenga. Sembra il fischio lamentoso di un uccello notturno in pena. La litanìa funebre di un animale in un anfratto campagnolo. La campagna, sì. A me che piace l’urbanità delle notti riflesse su palazzi e marmi di piazze centrali. Smettila, cristo! Non ti sopporto più.
All’improvviso sono contento: penso che mi sento e quindi sono vivo. Vivo, da solo, con il cielo e le stelle a farmi compagnia. Il Messenger è collegato. Aspetto che una mia amica mi dica qualcosa di bello, mi faccia un complimento o semplicemente mi suggerisca una nuova strada. Nulla di tutto questo.
Ho deciso: lascio il cuore connesso su L e il cervello diviene un viandante senza più destinazione.
Sono come un tossico a cui manca la dose quotidiana di roba.
La cerco sotto le pietre, nelle viuzze nascoste del centro, in culo alla periferia.
Ve la pago. Portatemela. Oppure vengo a prendermela io, per favore. Datemi questa beneamata dose di lei.
Ma non la trovo, cristo.
Sono in astinenza e giustifico la mia acidità con questa mancanza.
Sono un tossico, stasera. Levatevi dalle palle e lasciatemi scoppiare in questa ennesima crisi.
Una scopata.
Per dimenticare.
Per alleviare il dolore.
Per sopportare meglio la sua assenza.
Le sue uscite con un altro.
Le sue scopate con lui.
Alla fine non serve a nulla, lo sai. Serve solo a svuotarti palle e cuore in un momentaneo stato di benessere.
Pensi che la vita deve essere così. La vita che raccontano gli scrittori che leggi spesso. Sei sicuro che lì sia il segreto della felicità: scopare, fumare, bere e godersi il silenzio della notte prima di ferragosto in compagnia di una donna. E invece non è così. O meglio, non è solo quello. Lo sai, no?
Lo sai quanto bene ti ha fatto vederla stasera, lontana cinquanta fottuti metri da te, mentre parlava al telefono. Il suo hobby, la sua passione. E lo sai quanto bene ti ha fatto scorgerla mentre spiava i tuoi movimenti, le tue buffonate e i tuoi gesti da allegrone che non sei.
Ora sei solo, al cospetto della luna e di un monitor che pare sempre sorriderti. Ti vengono in mente i soliti pensieri. Non sai quale sia la verità e cerchi di ipotizzare gli scenari più impensabili. Hai le sigarette a portata di mano. Accendine una, dai. No, non ti va. E così scrivi. Bravo.
Lei è lontana col cuore e col fisico. Però che bel culo che ha!
Perchè non possiamo riavvicinarci? Te lo chiedi, lo so. E sai anche darti una risposta da solo. L’orgoglio, la dignità e soprattutto la sua nuova relazione. Che senso avrebbe riavvicinarsi dopo essere sparita dalla sera alla mattina? Che senso avrebbe darle una chance quando è stata lei a giocarsi tutto? Nessun senso. Oppure tutti i sensi di questo mondo. No, amico, non mollare. Ce la puoi fare. Continua a fare quello che ti chiede il cuore: amarla a distanza.
Che non è proprio come adottare a distanza un bambino ma siamo lì. Tu ti occupi di questo pupo di chissà quale buco di culo terrestre. Gli invii i soldi, chiedi informazioni sul suo stato di salute e sul suo stato civile ("Sa, le famiglie si allargano" ti dicono quelli delle associazioni umanitarie delle ONP varie). Intanto lui grazie a te fa la sua vita, vive le sue gioie e i suoi sbagli. I suoi amori vanno avanti senza di te. Mette sù famiglia e tu intanto, dall’altra parte del mondo, ti senti buono. Già, complimenti. Sei stato bravo. Un buon padre. Solo che…cosa cazzo hai vissuto? Hai visto crescere questo bambino? Lo hai consigliato sulle scelte da fare? Non hai fatto un cazzo, compare mio. Hai solo inviato soldi, ricevuto lettere e foto del pupo che intanto cresceva fino a farsi uomo.
E così è adesso. La vedi crescere, forse sbagliare e forse gioire. Ma non è la tua mano che accarezza la sua testa nei momenti peggiori.
Ha un senso tutto questo? E che cazzo ne so!
…bagnate con una Crest in lattina che fa cacare anche il più stitico degli elefanti del circo di Moira Orfei.
Io non lo so, a volte ci provo gusto a farmi del male.
Io, Mariella e Toni sulla Ionica. Lui che guida, lei che pensa (o dorme, boh?!) e io che canto. Ma cosa cazzo c’ho da cantare? Parto prima con Eros Ramazzotti - L’aurora di cui, per la cronaca, non so nemmeno tutto il testo e mentre la luna appare timida fra le nuvole sparse a mo’ di pecorelle smarrite nel cielo nero nero nero.. - e già qui dovrei fermarmi, mettere le palle in un tritacarne e fustigarmi con un vinile dei Clash, che peraltro (non è una marca di succhi di frutta) non ho.
Non pago, decido di seviziarmi con una all’epoca appagante Sister Of Night ( by Depeche Mode). Smetto subito dopo la prima strofa, quando inizio a sentire gli occhi un pochetto umidi e quando soprattutto Toni cerca/fa finta di accompagnarmi in falsetto.
Ho deciso: onore al carovecchiodisarmante rock.
AC/DC, giungete a me.
Angus mi fai una pippa.
Highway To Hell rimbomba nella Punto. Ma questa è solo la fottuta SS 106, mica la Route 66.
Adesso tocca al Cuba Libre darmi un bel calcio piazzato tra le chiappe e farmi stare zitto. E devo dire che ci riesce, ma solo quando siamo sotto Montescaglioso. I miei occhi, prima umidi, adesso sono mezzi aperti. Il sonno mi divora. I pensieri? Hanno già cenato.
Arrivo a casa, scorgo un po’ di macchine sulla statale. Vorrei dire a mia madre che mi faccio schifo. Devo sfogarmi pur con qualcuno, oh.
Ma no, la lascio dormire.
Dopotutto, sono solo cazzi miei.
Un bar nella notte di Berlino, con stelle che sembrano incastonate in un foglio nero. Musica industrial sprigionatasi dai sottofondi di un club nei pressi di Potsdamer Platz. Mi sentivo quasi ammaliato da tutto questo ammasso di vetri e cupole futuristiche: "Jack, rifletto la mia vita su di un palazzo, lo sai?" gridavo concitato alla cornetta. "Si, Varg, immagino! Spero che non fracassi nuovamente le scatole ai tuoi ricordi, come quando a Vienna tentasti di acciuffare il passato nei riflessi delle finestre dell’Hofburg" rispose Jack, ironizzando sul senso di fantasia che riuscivo a trasmettergli dal telefono.
E’ come quando un flash immortala un istante di te e lo imprigiona in una pellicola.
Quella luna fatiscente su quelle finestre lucidate come diamanti creavano lo stesso effetto di mille macchine fotografiche puntate sullo stesso obiettivo ed in quel caso ero io ad essere l’oggetto della loro disputa. Una finestra-televisore che mandava in onda ciò che ero stato fino all’incontro con quella città straniera, che tanto aveva saputo offrirmi in sole due notti. Inspiravo soddisfatto lo smog teutonico mentre gustavo il mio ultimo drink sul Sony Center. L’indomani sarei rientrato in Italia, colmo di nostalgie. Quello che ero riuscito a trovare nella Berlino notturna mi era sempre sfuggito a casa mia e penso a quanto gradevole sia stato riscoprire la mia vita proprio su quel vetro, in una città da me mai visitata prima.
"Varg, svegliati..sono le 9:00..guarda che cazzo di casino c’è già sulla strada..farai ritardo, cristo !". Mi ritrovai col culo piantato nel materasso della mia casa romana, con mia sorella che mi puntava proprio in testa il ventilatore. Nessun fottuto biglietto aereo nelle mie tasche ma il vetro di quella improbabile finestra era lì, ad indicarmi la via.
Ti viene un’illuminazione mentre cammini sul lato consumato di una strada del centro. Il pensiero è lì, chiaro e tondo, e non puoi sfuggirgli. Una canzone in testa, mezzo di litro di Coca Cola scolato e già eruttato e ti senti giù.
Hai appena vissuto un’oretta del tuo passato. Di quelle serate fatte al chiaro di luna, in mezzo a una distesa che a stento vedi. E le coppiette ti stanno vicine a chiavare per cazzi loro e tu ci prendi gusto a ridere delle cazzate che dici con amici e amiche. Finisce l’effetto dell’ennesima stronzata, forse l’ultima della serata. Poggi il culo sul cofano dell’auto e ti posizioni al meglio per scrutare il cielo. Un’ amica ti invita a esprimere un desiderio ogni volta che vedi un pezzo di stella divenire incandescente al confine dell’atmosfera. Ma a te non va. Desideri solo di rivedere riflesse nella tua mente quelle immagini che parlano di lei in maniera coerente e fin troppo esplicita. Quelle immagini che quasi portano le tue dita a toccare i tratti e i lineamenti del suo viso. Hai paura di riprovare quelle stesse emozioni per una persona estranea, che non sia lei. Che non abbia i suoi occhi e le sue labbra. Pensi che qualcosa c’è che non si sia consumata all’usura del silenzio. Si, ma cos’è? Lo sai? No.
E adesso vorrei esprimerlo, questo benedetto desiderio. Vorrei che dal mio cervello sparisse quell’idea opprimente che i tempi andati non torneranno più. Invece no, devo conviverci. Convincere la ragione che quando eravamo più giovani non pensavamo altro che dire e fare boiate di cui poter parlare, un giorno, con chi ci avrebbe accompagnato nel futuro. E mentre sono lì, sotto quella pioggia di quei frammenti stellari, smetto di ridere nel silenzio generale e il pensiero di tutto quello che ho vissuto mi fa male.
Mi fa male avere la coscienza spostata verso la convinzione che quelle risate e quelle ubriacate tra amici che ti portavano dritto in mezzo alle cosce della ragazza di turno non ci saranno più.
Non siamo più scemi e l’abbiamo capito: sognare per noi è diventato un reato e forse non c’è carcere peggiore della perdita dell’ingenuità. Conosciamo, ascoltiamo, baciamo, accarezziamo, scopiamo e lasciamo senza che la cosa ci meravigli più di tanto.
Vorrei incazzarmi, adesso! Cazzo, certo che vorrei farlo! Ho trovato un desiderio vano in fondo a tutto quello che posso desiderare. Una voce amica nella sua testa; un sentimento a me complice nel suo cuore. Sforzatevi. Datemi una mano. Mobilitate l’esercito della coscienza. No, non possono andare così le cose. O forse sì, certo che vanno così. A volte anche peggio. A volte invece non vanno proprio e continui a vivere quel fastidioso stato di trance.
La spiaggia che ti invita a rilassarti sotto il cielo ricoperto da frammenti di nuvole che lasciano spazio a stelle e luna. Quattro amici che si raccontano disavventure sentimentali. Una sigaretta fumata senza pensarci su e un pedalò che fa da salotto a questi scalmanati.
Che credono ancora alle favole.
Che quando arrivano alla fine del libro si rendono conto di aver vissuto la realtà.
Le fiabe lasciamole ai bambini. La nostra coerenza, la nostra lealtà e la voglia di essere parte fondamentale di qualcosa e di qualcuno: queste sono le vere storie da raccontare.
Però intanto soffri e pensare a quello che è finito ti fa male. Brucia dentro e non puoi far altro che spegnere il dolore con le lacrime. Ammesso che tu riesca a piangere.
Vorresti gridare parole che altrimenti non avresti mai detto. Darle della puttana perchè non sei più tu quello che si intromette fra le sue cosce o indicarla come traditrice di un qualcosa che avevate deciso (o lo avevi deciso solo tu?) di costruire insieme.
No, caro amico. Non è così che deve andare. Ti ha fatto del male e lo so. Un giorno capirà, quando il fondo del bicchiere sarà vuoto anche per lei e non avrà più bottiglie da cui attingere la vita.
Lasciala andare e guarda l’aspetto ironico della faccenda: l’amore è eterno finchè dura, no?
Non sperare che lei torni da te e nemmeno che si renda conto del modo barbaro in cui ti ha messo da parte, dalla sera alla mattina. Spera solo di rimpiazzare il dolore con nuove emozioni. E’ l’unica arma a tua disposizione, amico mio.
Noi intanto siamo seduti sul pedalò, tutti vicini a te. Tutti noi, insieme, a ricordarti quanto sia superiore l’amicizia al cospetto dell’amore.
E scusa se questa sera non ci siamo ubriacati tutti insieme o non abbiamo fatto l’alba sulla spiaggia. Scusaci, davvero. E’ che quel cielo e quelle stelle, quei sorrisi e quei ricordi, quei due occhi verdi e quelle sere nei Sassi meritavano un po’ di lucidità…

Mi viene da riflettere. Sarà la luna piena che svetta in questo cielo d’agosto tinto dalla notte e dalle nuvole. Sarà la frescura che si abbatte, finalmente, sulla mia pelle. Fatto sta che penso al dolore e alla poesia.
Un binomio indissolubile, lo credo bene. Non ricordo chi fu a dire che la poesia nasce dal dolore. Un rapporto a tratti incestuoso, a volte torbido ma spesso e volentieri vissuto alla luce del sole.
La promiscuità della poesia e del dolore è un male necessario per chi vive di scrittura e si agita fra i taccuini sporchi di inchiostro e note scritte anche mentre si sta seduti sulla tazza del cesso. D’altronde, cosa ci spinge a scrivere un romanzo o delle poesie? Non venitemi a dire la felicità che non vi credo: quando si vivono momenti di gioia preferisci correre con l’auto per le strade della città e goderti il tramonto più schifoso del secolo. Quando trascorri momenti gioiosi con la persona che ti rende folle e assente, tutto faresti fuorchè chiuderti nella tua stanza a scrivere di lei, della sua bellezza e delle sue attenzioni. Magari le mandi un sms per dirgielo…
Senza dolore non ci sarebbero poesie e romanzi. Potremmo mai fare a meno del dolore? Potremmo mai pensare di creare dal nulla candido di una pagina un’opera scritta con la dedizione di chi ha qualcosa da cacciare fuori? Penso di no. Ammiro chi riesce a sputare fuori il proprio stato di grazia creativo attraverso una ferita che ritarda la guarigione. E’ quello che sto facendo anche io, in fin dei conti.
Non riesco a pensare la mia vita senza dolore e nemmeno piena di felicità. E’ soffrendo, ho sempre pensato, che si impara ad affrontare la vita e capirla fino in fondo.
E’ soffrendo, ho imparato, che si inizia a dare in pasto al mondo i pensieri e le parole del passato di un amore o di un qualcosa che, indistintamente, è andata via.
Ho rischiato di incontrarti, stasera. Sono entrato nell’auditorium e quei ragazzi che suonavano Satisfaction mi hanno fatto dimenticare un attimo della probabilità di vederti lì, seduta in mezzo a quella gente. Il cuore ha cessato di palpitare nervosamente per qualche minuto. Grazie Rolling Stones!
Sai di cosa mi sono accorto? Di non essere ancora pronto alla scena di te che ti accompagni a un altro. Non mi va di sopportarlo. Preferisco immaginarti che esci con lui, vai chissà dove e fai chissà cosa. Sono certo che è così. Non ho dubbi. Ti conosco: non sai stare sola. Sei troppo fragile per esserlo. Ma non voglio vederlo.
E’ strana la paura che ci cattura quando siamo amanti di qualcosa che non c’è, alla fine dei conti. Inutile girarci attorno. Tu non ci sei. Sono solo io, il pezzo immortalato di quella fotografia che eravamo noi due. Sono rimasto io a cantare quel ritornello che componeva la nostra canzone. Mi dispiace, ma so che di più non avrei potuto fare. Amo i sentimenti che ho provato e che provo per te e ne ho le palle piene. Voglio tornare a sorridere degli squilli e dei messaggi di una donna. Voglio sentire questo cazzo di cuore palpitare come la gioia di un bambino in un negozio di giocattoli. Vorrei rivivere quei giorni di marzo in cui eravamo incoscienti di quello che stavamo vivendo. Ma nella lucidità di quei secondi in cui uno inizia a vedere tutto chiaro, capisco che non tornerai. Stai vivendo la tua vita e forse è giusto che sia così. Quante volte l’ho sperato, in fin dei conti? Quante volte ho desiderato che facessi le tue esperienze per capire quanto ti abbia dato la mia presenza nella tua vita? C’era un prezzo da pagare e lo sapevo benissimo. Sto quasi rimanendo al verde pur di saperti serena. Le tue lacrime invernali mi hanno fatto riflettere. Non è detto che sarei stato il meglio per te. Da nessuna parte è scritto che una mia storia debba durare per sempre.
Ce ne accorgiamo quando capita agli altri, ma quando capita a noi facciamo finta che non sia successo nulla e che le cose si sistemeranno. Invece sono passati sei mesi di silenzio e niente, tra me e te, è cambiato. Continuo a scriverne, per ora. E’ l’unica cosa che mi è permesso di fare. E’ l’unico prezzo che la mia dignità è disposta a pagare.